Una classe, un laboratorio Mus-e a Milano

Ogni inizio d’anno è un nuovo inizio, ogni classe è come la prima classe che si incontra. Eppure l’esperienza la si sente nelle ossa, nella schiena, nella calibratura spontanea della postura e dello sguardo all’inizio del primo incontro e di ogni incontro. Non si è più tesi come all’inizio, strabordanti delle idee che si vorrebbero sviluppare, delle tracce e dei giochi da sperimentare.



Si è meno ‘pieni’ e più ‘vuoti’, pronti a tutto, e più che proporre a priori le proprie idee, si tende a osservare, per capire chi sono questi bambini, quest’anno, in questo luogo.

Solo guardando, osservando e lasciandosi toccare da questi bambini, quest’anno e in questo luogo, potranno venire fuori le idee giuste. Si tratta di saper aspettare per poi poter improvvisare e, successivamente, inquadrare le improvvisazioni iniziali dando una struttura al lavoro man mano che nasce.  Non esiste un lavoro giusto per ogni classe e neppure per la stessa classe in momenti diversi. Ogni volta bisogna sintonizzarsi.


Quest’anno ho una classe di bambini, una seconda elementare, in prevalenza di origine straniera: tre italiani su ventitre. Non sono bambini viziati, lusingati, sommersi dai giocattoli: si vede. Sono bambini che vengono da famiglie in cui i problemi sono tanti, e non c’è da far molto i capricci.

Ci sono stati segnalati due bambini che non gestiscono bene la rabbia, uno dei quali a volte è violento; un paio di bambini che non parlano né capiscono ancora l’italiano. Tre bambine rom molto timide e ritrose. La maestra è giovane e insicura, ma perfettamente centrata sul compito educativo, affettuosa, precisa e attenta.





Con la collega danzatrice decidiamo di lavorare sull’identità, sul senso di identità.
Le maestre inoltre ci chiedono esplicitamente di lavorare sulla consapevolezza delle emozioni. All’inizio del percorso, per centrarmi sul tema e darmi delle direzioni creative, scrivo un testo che poi leggerò ai bambini – non l’ho mai fatto prima e mi stupisco io stessa di questo inizio.

È un testo in progress che si potrebbe continuare all’infinito, e decido di lasciarlo aperto. Lo rileggerò ai bambini anche più avanti, magari continuando ad aggiornarlo. L’identità a 7 anni è un concetto mobile e relativo, la crescita prorompe, la trasformazione è incessante. Volevo mettere l’accento sull’orchestra del corpo, fatto di tante parti diverse in ognuna delle quali ci possiamo sentire identificati, e anche sul confronto con ciò che è fuori di noi, che ci fa sentire a volte piccoli e a volte grandi, a volte forti a volte deboli, a volte duri a volte morbidi.

In sanscrito, le emozioni si chiamano rasa, che significa ‘succo’, ‘essenza’, ‘nettare’. ‘gusto’. In stato di salute, i rasa restano liquidi. Le emozioni scorrono attraverso di noi e se ne vanno. Se un’emozione si cristallizza in noi e non riusciamo più a liberarcene, per gli Indiani inizia la patologia.

Pensando ai bambini che si bloccano nella rabbia o nella tristezza e ne restano prigionieri, scrivo un testo che dia l’idea di una identità liquida, che sa prendere le forme del mondo in cui vive, articolandosi in una orchestrazione di infinite possibilità:

Io che sono… che sono io?

Io sono il ritmo del mio cuore, e il ritmo del mio respiro.

Io sono nella vocale A che posso fare risuonare nel petto.

Io sono nel mio sorriso, nel mio broncio, nella mia sorpresa, nella mia risata. Sono nei miei occhi spalancati per lo spavento, nei miei occhi che si chiudono per il sonno, io sono nel punto interrogativo che sta nei miei pensieri e mi fa fare delle domande… tante domande!

Perché? Quando? Dove? Chi? Come?

Io sono nel ‘aaaaaah!’ che si esclama da me quando ricevo una risposta che mi soddisfa, e così scopro qualcosa di nuovo.

Io sono nei miei capelli, che stanno come una presenza vegetale nel mio corpo, e mi ricordano gli steli delle piante, le foglie… sono nei miei capelli che non hanno ossa, non hanno muscoli, non hanno sangue… eppure sono parte di me!

Io sono nel coraggio che ho di affrontare gli ostacoli e le difficoltà.

Sono nelle mie mani che si aprono, si chiudono, e possono fare le diecimila forme delle diecimila cose che vedo nel mondo: possono essere animale, nuvola, mare, barca, fiore, profumo, albero e luna.

Io sono nei miei piedi, bravissimi a tenermi in contatto con la terra e a farmici spostare sopra.

Sono in tutte le mie ossa, i miei muscoli, sono nel sangue che scorre veloce, sono nei tendini, nelle cartilagini, nelle morbide articolazioni.

Io sono io, però cambio.

A volte sono nella musica che ascolto: se è nebbiosa, sono nebbioso, se è limpida, sono limpido; se corre, corro anche io; se è pensosa, penso anche io.

Davanti a una formica sono grande, ma davanti a una montagna sono piccolo. Rispetto a un ramo, sono morbido. Rispetto a una medusa, sono rigido.

Rispetto a un ghepardo sono lento, ma rispetto a una tartaruga sono molto veloce!

Davanti a un temperino, sono complicato, ma davanti all’universo sono semplice.

Davanti a una corteccia d’albero, sono liscio. Ma davanti al petalo di un fiore sono ruvido.

A volte io sono una giornata burrascosa, altre volte sono una luminosa giornata di sole.

Ma quante cose sono io?

A volte io sono il vento che soffia e il vento è me, a volte io sono la pioggia che cade con le sue dita sottili, e sono il lupo che ulula non visto nella notte. A volte sono il lupo che incute paura e a volte ho paura del lupo.

Rispetto a uno stelo d’erba, io sono forte. E rispetto a un albero centenario, sono fragile.

Ho vita lunghissima rispetto a una zanzara, ma rispetto a una montagna? E a una stella?

A volte io sono il cielo della notte, molto scuro e senza fine, e a volte sono un granello di polvere senza peso che disegna onde in quel cielo…





Al primo incontro, la prima cosa che facciamo è sederci in cerchio a terra, e vedo che questo è difficile. Uso i punti cardinali: si siede il primo bambino ed è Sud, poi uno di fronte è Nord, uno di là è Est e di qua l’altro è Ovest… il gioco li intriga, ma resta ancora troppo astratto.

La maestra mi dice: non riescono a visualizzare il grande cerchio. Allora la volta successiva porto un gesso, una corda, del nastro adesivo e faccio trovare ai bambini un cerchio disegnato a terra, che ci aiuti a sederci in modo da vederci tutti bene in faccia.

La volta dopo, disegno tre cerchi concentrici che usiamo anche per fare dei giochi passando oltre le linee in entrambe le direzioni. Alla fine della lezione, si cancellano le linee di gesso con i piedi ed è un gran divertimento!

 



Quando giochiamo a fare le smorfie buffe e poi alcune espressioni legate a emozioni precise, i due bambini con crisi di rabbia, che ci erano stati segnalati, la prima volta non riescono a capire cosa succede: mi guardano esterrefatti, sono come imbambolati, spiazzati.

Vedono i compagni esprimere tristezza, coraggio, sorpresa e i loro volti restano inespressivi, esclusi. La seconda volta, uno di loro inizia a fare alcune smorfie buffe. L’altro resta ancora ammutolito, si rintana in un angolo e mi guarda con un po’ di risentimento, come se lo avessi fregato. La terza volta, mima la rabbia alla perfezione, stringendo fortissimo i pugni.




Una bambina che non parla italiano e lo capisce pochissimo ha un grande senso del ritmo: appena c’è una musica ben cadenzata sorride spontaneamente e il suo corpo inizia a vivere come se fosse al centro di una festa. Una delle bambine rom ha una strepitosa mobilità facciale e quando facciamo le espressioni dei sentimenti si trasforma. L’altra ha una maschera triste quasi fissa, ma quando spalanchiamo gli occhi le scappa un sorriso.

Devo aprire un campo così vasto di esercizi e possibilità per poterli comprendere tutti, per trovare per ognuno di loro ciò che li può agganciare.

C’è un bambino arabo che nell’ascolto musicale a occhi chiusi con ‘danza delle mani’ sprofonda così tanto nel movimento da mettermi quasi soggezione: sembra un sufi in meditazione profonda. Un bambino italiano che si rintana spesso in un angolo, ma ama saltare a piè pari da un cerchio all’altro. C’è un bambino sudamericano che sembra molto più grande di tutti gli altri.


La maestra mi ha detto che un giorno è arrivato a scuola da solo, anzi aveva pure con lui un compagno di classe che gli era stato affidato. Il compagno piangeva disperato perché la mamma lo aveva fatto venire da solo col suo coetaneo, il quale invece era tranquillissimo.

Il silenzio. È una delle cose che sento necessario esplorare insieme, per poter diventare più consapevoli del fatto che ci siamo, che siamo qui e che siamo insieme, possiamo fare qualcosa di bello. Non il silenzio imposto, vessatorio, bensì quello che nasce dall’incanto, dall’attenzione.

Prima di far partire una musica, chiedo il silenzio. Non è che lo ottengo, ma i rumori almeno si attutiscono, i bambini si acquattano e quando sento che meglio di così non si può, faccio partire la musica, su cui ho dato prima delle indicazioni d’ascolto.




L’altro silenzio, molto più forte, è quello immediatamente successivo alla musica. Pochi attimi di vuoto in cui si resta sospesi. Facile riempirli subito con delle parole. Mimando tutto senza emettere voce, faccio segno di ‘sssh’ e di ascoltare, faccio gesti un po’ buffi come se mi avventurassi in un luogo misterioso e sacro. La musica ha prodotto un nuovo silenzio, molto diverso da quello che c’era prima d’iniziare.

È un silenzio carico della eco dei suoni appena uditi, e i bambini iniziano a sentirlo e a starci dentro. Prima erano attimi, poi diventano un minuto, due minuti… È un silenzio che si dilata e ci dilata, e può avere durata variabile, imprevedibile e naturale, se non lo schiacciamo subito dicendo qualcosa.

In questo silenzio-dopo-la-musica i bambini iniziano a fare ognuno delle cose diverse: c’è chi sta immobile, assorto; chi tiene gli occhi chiusi; chi muove le mani, chi i piedi, chi la testa; chi, a terra, fa grandi movimenti con braccia e gambe, strisciandoli al suolo. Chi si dondola. Chi si muove in modo frenetico sul posto, perché emergono nervosismi latenti. Chi guarda gli altri. Chi guarda me, come se li avessi scoperti nel loro mondo.

È questo il momento privilegiato in cui sento che li devo osservare, e che li posso vedere: ognuno di loro fa ciò che gli viene, sta nella stanza come gli viene da stare. Regala la sua presenza senza artefatti, mi dà ispirazioni su ciò che posso proporre. Vedono che li guardo, alcuni sorridono e abbiamo tutti un momento di consapevolezza comune, capiamo che è importante essere lì, essere presenti in quel momento. C’è uno spaziotempo in cui possiamo esserci, e può essere proprio adesso!

Danilo Dolci diceva che ciascuno cresce solo se sognato, e questo pensiero è una meraviglia che ci può guidare.


I bambini vanno guardati bene e a lungo, vanno riconosciuti per ciò che sono e immaginati per tutto ciò che potrebbero diventare, senza escludere nessun sogno da questo sguardo che immagina e che accompagna.

Sento che nelle ore del progetto Mus-e che passo con loro, i bambini e le bambine devono essere da me prima di tutto guardati e guardate, nel senso multiplo che ha questa parola: osservati, riconosciuti, immaginati, sognati e accuditi.

L’arte si nutre di questo sguardo iniziale. È come il primo passo di una danza che porterà la sua pioggia di magie in piccole gocce cariche di sorpresa.

 

Roberta Secchi per Mus-e Milano

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