Davide Benati: “I bimbi di Mus-e? come aeroplanini da far volare nei cieli dell’arte”

Il 21 Novembre di dodici anni fa nasceva Mus-e Reggio Emilia.

 

Un compleanno che l’associazione presieduta dall’avvocato Ferdinando Del Sante ha celebrato nel migliore dei modi martedì 20 Novembre, nella suggestiva cornice della Sala degli Specchi del Teatro Valli di Reggio. Del Sante, nel suo discorso introduttivo, non ha mancato di ricordare il servizio che Mus-e rende alla comunità reggiana, il rapporto strettissimo tra gli artisti che ne fanno parte, le scuole in cui essa opera, gli insegnanti ed i bambini che così gioiosamente si approcciano ai sentieri dell’arte con la mente sgombra ed il cuore aperto alle nuove esperienze.

In quest’occasione è stato presentato anche il “volumetto” che Mus-e Reggio Emilia ha voluto dedicare al pittore Davide Benati, grande amico dell’associazione nonché membro onorario della stessa. Ecco qualche passo significativo dell’intervista con Alessandro Parmeggiani.

 

«Mi ha molto colpito vedere questo filmato del lavoro fatto insieme a Mus-e. Intanto è a Masone nello studio, che per me è stato un ritorno a casa, importante, perché, per farlo, prima bisogna sconfiggere i “fantasmi” per poter ritornare tranquillamente nei luoghi in cui si è nati, si è stati ragazzi, e così via. Non solo non mi pesa tutto quello che è stato, quel su e giù tra Masone e Reggio, e oltre.

E’ molto dolce pensare a quello che io e mia moglie Margherita, desideravamo allora, da ragazzi. Intanto potrei far partire il tutto da una libreria, trovata in casa, dove c’erano dei libri di mio padre e di mio zio, che leggevano. C’era un qualche romanzo americano, ed ho trovato anche un catalogo di una mostra di Van Gogh del 52, che mio padre era andato a vedere a Milano. Insomma c’era tutto questo retroterra, di passioni che ci sono state trasferite, tranquillamente, senza imposizioni.

La verità è che nessuna passione aspetta, e rivedendomi al lavoro con i ragazzini di Mus-e, mi sono accorto che questa grande tensione verso l’insegnamento l’ho sempre avuta. Semplicemente perché trovavo una compiutezza tra il praticare l’arte in studio ed il cercare di insegnarla.

Quando insegnavo all’Accademia, a Brera, i miei studenti erano autorizzati a passare nel mio studio anche fuori dalle ore di lezione, perché volevo che vedessero che io praticavo su di me ciò che io chiedevo loro di praticare e quella è una forma didattico/pedagogica potente. Mi sono accorto di quanto mi piacesse farlo, il docente. E mi sono accorto, soprattutto negli ultimi anni, all’Accademia di Bologna, laddove avevo creato una didattica in cui volevo insegnare l’arte facendo l’artista in classe. Anche con le parole, non solo che le azioni. In realtà l’artista è portatore di un ruolo di solitudine che necessita di relazioni, la complicità con amici, con le persone che frequentano lo studio. Si è comunque sottoposti e ci si rimette volentieri a questo ruolo: quello di essere soggetti ad un continuo esame».

 

«Quest’anno ho fatto tre mostre, e dopo centoventi/centotrenta mostre in tutta la mia vitacontinua Benaticredetemi, è sempre come la prima volta, perché non ci si abitua agli esami. Ma non per dire “gli esami non finiscono mai”, è che è giusto che, esponendosi, accetti anche di essere esaminato. La cosa bella del mio lavoro è proprio questa: di avere anche vanitosamente il desiderio di essere messi alla prova. Quindi è una costante ricerca di sfida con gli occhi degli altri».

Credo, sia molto importante far sentire agli studenti, giovani o meno giovani, una vicinanza, culturale e umana. Consapevole che, tutto questo, non sarebbe possibile se dietro non ci fosse quel lavoro sull’arte, con l’arte, e per l’arte. Perché proprio questa disciplina del “fare” l’arte, presuppone che anche nella relazione con gli altri, didattica e umana, essa debba possedere le stesse caratteristiche e lo stesso affetto che provo nel momento in cui faccio il mio lavoro. Per esempio: rivedendomi un attimo con i bambini che mi circondano e mentre stavo facendo un piccolo “origami” con la mia tela, mentre la preparavo con quei gesti di piegatura, mi è venuto in mente per un attimo, quando mio padre mi fece, con un foglio di carta bianca, un primo aeroplanino di carta. E’ un ricordo preciso. Ero molto stupito nel vedere lavorare queste mani con un foglio di carta piegandola e dare vita a questo oggetto. Poi fece un gesto molto curioso che ricordo ancora adesso, quello del soffiare sulla punta di questo aeroplanino; e io non capivo che cosa fosse, cosa servisse quel gesto. Ecco, in quel momento, mentre ero in studio con i bambini di Mus-e che mi guardavano e con gli occhi spalancati, ed io stavo piegando la tela, mi è venuto in mente quel gesto.

Allora ho pensato che quei bambini erano come quegli aeroplanini di carta e che io ero lì per fare quel gesto… (quello di soffiare sulla punta dell’aeroplanino). Per farli staccare da terra e farli volare nelle cose dell’arte».

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